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  • Gabriele Germinario

Il “caso” Hopin, lo smart working che funziona

Esattamente un anno fa, col decreto #iorestoacasa, lo #smartworking entra con prorompenza nelle nostre vite; una pratica sino ad allora di nicchia e rivelatasi, di lì a poco, un successo clamoroso, tanto da portare diverse aziende – prima fra tutte Twitter – ad annunciare che, da loro, questo modus operandi non avrà fine.


Facciamo un passo indietro. Nel febbraio del 2020, la scelta che ha davanti #JohnnyBoufarhat è alquanto difficile: mentre il coronavirus dilaga, sta per lanciare la sua #startup, che non ha ancora né sede né dipendenti; così, costretto fra le mura domestiche, decide di rischiare e di fondare un'azienda completamente basata sul #remoteworking: ogni risorsa, in pratica, ha la possibilità di lavorare quando e da dove gli pare.


Oggi, #Hopin - piattaforma per #eventidigitali dal vivo - è la startup di più grande successo della storia, capace di battere addirittura colossi come Facebook, Google ed Amazon; un successo che vede 411 dipendenti lavorare in ben 38 paesi differenti.



Non c’è che dire, lo smart working ha notevoli vantaggi, tanto per le aziende quanto per i dipendenti: nel primo caso, permette di risparmiare costi di gestione, nel secondo garantisce una qualità della vita decisamente migliore; anche perché, come dice Boufarhat, non importa da dove i dipendenti lavorino, ciò che conta è che centrino gli obiettivi prefissati.


Una risorsa assunta in Hopin, ad esempio, riceve a titolo retributivo 800 dollari al mese, per trasformare la propria abitazione in un ufficio, ferie illimitate, orario flessibile e, soprattutto, nessuna sede di lavoro assegnata.


Ciò che emerge è che lo smart working, se fatto bene, funziona realmente: dare fiducia, da remoto, ai dipendenti non solo non porta ad un calo della #produttività ma, al contrario, la ottimizza.

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